La paura di fallire
- La redazione
- 15 ore fa
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A diciassette anni sto iniziando a percepire la paura del futuro; penso a cosa dovrei fare dopo gli studi: dovrei lavorare o continuare a studiare?
Se decidessi di lavorare, cosa dovrei fare per avere uno stipendio che mi possa dare la possibilità di mantenermi?
Se continuassi a studiare, in cosa dovrei laurearmi per ottenere un lavoro degno di farmi vivere e non solo sopravvivere?
Mi faccio continue domande e non riesco a trovare una risposta. Cerco di scoprirmi, trovare nuovi interessi, fare esperienze e, nonostante io abbia delle idee su quello che voglio fare, non sono convinta di riuscire a realizzare questi obbiettivi.
Ho paura di fallire.
Nonostante la società continui a dire che la nostra generazione non voglia fare niente, io credo il contrario.
I giovani d’oggi sono quelli più volenterosi di arrivare al successo e questo perché la maggior parte proviene da famiglie in cui i genitori faticano giorno e notte per poter dare il necessario ai propri figli.
Ragazzi che provengono da situazioni simili hanno fame di realizzarsi e di poter restituire tutto quello che i genitori hanno dato a loro. Il punto è che non lo vogliono fare faticando, perché sono cresciuti vedendo che l’impegno e il sudore dava in cambio il minimo indispensabile.
Ma come fanno a raggiungere la realizzazione personale se gli stipendi sono bassi e i prezzi alti, se nonostante ci si laurei il lavoro non si trova e se più si guadagna più si viene tassati?
Sono tutte cause che portano i giovani a perdere speranza e voglia di fare ed è per questo che molti se ne vanno in altri paesi.
Inoltre, al giorno d’oggi, è tutto veloce e se non si sta al passo si fallisce. I ragazzi sono stimolati da continui input a causa dei social; di conseguenza sono frastornati e alcuni perdono il filo di ciò che vogliono fare nella vita. Così, per molti l’obbiettivo diventa quello di fare ciò che fa guadagnare, non ciò che piace: inseguire i propri sogni appare spesso inutile, perché il valore personale non viene riconosciuto adeguatamente, per cui si finisce per puntare su risultati utilitaristici immediati.
Allora perché continuare ad andare a scuola e avere voti eccellenti?
Ormai, anche molti tra i ragazzi più giovani smettono di impegnarsi e abbandonano gli studi; secondo me ciò avviene non tanto per le eccessive pretese di professori e genitori, che li porterebbero a scoraggiarsi o a compiere addirittura dei gesti estremi, ma proprio perché si rendono conto che se non si è eccellenti, per la società non si vale niente.
Se venisse riscoperto il valore del limite e dell’errore, il benessere psicologico migliorerebbe e diminuirebbe la disoccupazione, soprattutto nei lavori manuali. Si ridurrebbero anche molti casi di depressione, a parere mio, perché le persone sarebbero meno stressate dal punto di vista mentale.
Purtroppo, però, la tendenza odierna sembra essere opposta: sempre più giovani perdono la fiducia in sé stessi e si arrendono davanti alle difficoltà, schiacciati dal senso di inadeguatezza. Molti abbandonano il Paese, in cerca di opportunità all’estero. Molti restano disoccupati, incapaci di trovare un lavoro che renda giustizia ai propri sforzi.
Forse bisognerebbe capire che l’imperfezione ci rende umani e che non serve essere eccezionali per essere soddisfatti, perché a volte è più felice una persona ordinaria che ha trovato il suo posto nel mondo, di una straordinaria, sempre in lotta col giudizio altrui.
Victoria Teaca, 4CT





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