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“Di chi sono i nostri giorni?”

  • La redazione
  • 7 feb
  • Tempo di lettura: 3 min

Questo interrogativo solca tutta la pellicola dell’opera del regista Paolo Sorrentino e segna profondamente le coscienze di ogni spettatore. 

“Di chi sono i nostri giorni?”  Sono parole che Dorotea, la figlia del protagonista, rivolge al padre: un padre che riveste una posizione delicata, quella del Presidente della Repubblica. Una persona che è attraversata da un dramma; potremmo dire che è una persona ed al tempo stesso un Presidente di fronte ad un'unica questione: la morte. 

Mariano De Santis è un giurista, esperto di diritto penale; sua figlia è un magistrato e lo supporta da tutti i punti di vista, anche quello tecnico giuridico. Il Presidente è, infatti, dilaniato da due decisioni pesantissime che deve prendere: firmare o no una legge sull’eutanasia e concedere o no la grazia a due assassini che hanno eliminato il proprio coniuge per togliergli la sofferenza dovuta a gravi patologie. Il Presidente, mentre si trova a vagliare tutte le possibili conseguenze delle sue decisioni, vive costantemente alla presenza del ricordo della moglie che non c’è più e pensa ai suoi anni che passano e che lo avvicinano all’ultimo giorno; quindi, di fatto vive in perenne compagnia del pensiero della morte.  

“Presidente, non firmerà quella legge, vero?" – gli chiede il Papa, ad un certo punto. 

"Santità...a chi appartengono i nostri giorni?" – gli ribatte il Presidente. 

Segue il silenzio di una risposta che nessuno dei due può dare. 

Dopo aver visto il film “La Grazia”, uno dei primi pensieri che mi è sorto (che è uno degli argomenti più importanti del film) è quanto sia difficile svolgere il ruolo di Presidente della Repubblica. Il protagonista, infatti, ogni volta in cui doveva prendere una decisione aveva sempre paura e molti dubbi per timore di come i cittadini avrebbero reagito alle sue scelte. Per quanto riguarda l’argomento principale, ovvero la decisione se firmare o no legge sull’eutanasia, ho capito quanto questa costituisca un argomento delicato e difficile, sia dal punto di vista politico, che umano, che giuridico e scientifico; nel film, infatti, si nota quanto sia complicato prendere una decisione che coinvolga un intero Stato. Legalizzare o no l’eutanasia: difficile decidere. "Se non firmo sono un torturatore, se firmo sono un assassino" – afferma il Presidente. 

Mi sono interrogata anch’io su questa questione; penso che non ci sia una risposta giusta per tutti, nessuno la pensa alla stessa maniera. Questo porta a riflettere e a capire che non bisogna mai giudicare le decisioni degli altri, bensì analizzarle, ragionarci e capire quali sono le motivazioni e gli eventuali aspetti positivi da considerare.  

Nel film emerge anche l’importanza dell’amore.  Il Presidente è una persona che vive la sofferenza per il distacco dalla moglie defunta; questa incide molto sulle sue scelte, rendendolo anche fragile ed insicuro. Da ciò intuiamo quanto un lutto possa segnare le decisioni di un uomo.  

Nel complesso, il film non è sicuramene un film “facile” e scorrevole; ci sono molti momenti di silenzio e scene veramente forti. Per capire bene il filo del discorso bisogna stare molto attenti; nonostante questo, penso che se tornassi indietro lo riguarderei. Ho appreso quanto sia veramente difficile svolgere una funzione pubblica e decidere per tutti; non bisogna mai criticare superficialmente le decisioni altrui, anche quando non rispecchiano le nostre, poiché ognuno di noi è diverso e ogni nostra decisione deriva anche dal nostro passato. 


Emma Gava (4^AT) e prof.ssa Chiara Chies 

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