Giustizia sì... ma come?
- La redazione
- 10 apr
- Tempo di lettura: 2 min
C’è un aggettivo che si abbina in modo nuovo e positivo al sostantivo “giustizia”. Giustizia riparativa! Non giustizia vendicativa, punitiva o solo rieducativa. Riparativa!
Ma cosa significa? La giustizia riparativa implica che, dopo una sentenza e una sanzione, si avvii una procedura che ha come obiettivo una “riparazione” del male fatto. Introdotta nel nostro ordinamento con un decreto del 2022, si pone come un tentativo di “reazione” ad un reato commesso, complementare alla giustizia penale tradizionale, che cerca di dare voce alle vittime, di costruire un confronto con il colpevole e di rinsaldare i legami spezzati e lacerati dal crimine. Questo si realizza attraverso incontri curati da un mediatore penale, persona formata che interviene come soggetto terzo ed imparziale che fa dialogare le parti coinvolte. In questo modo il reo viene responsabilizzato e la persona offesa trova spazio per essere riconosciuta, ascoltata ed accolta con la sua sofferenza.
Da alcuni anni il nostro Istituto propone agli studenti delle classi quarte e quinte alcune attività, per conoscere da vicino la realtà del carcere e della “giustizia”.
Sabato 28 marzo a scuola le classi 5^AT, 5^BT, 5^CT, 5^DT e alcuni studenti maggiorenni di quarta hanno incontrato alcune persone impegnate proprio in questa esperienza particolare della mediazione penale.
Fare un incontro con dei carcerati non è una cosa che succede tutti i giorni: é sicuramente un’esperienza unica. Sabato, Diego, un innocente che è stato accusato di un reato che non aveva commesso, ci ha spiegato quanto difficile sia stato per lui entrare in un carcere, consapevole della sua innocenza. Accanto a lui, ha partecipato all’incontro anche Angelo, un pluriergastolano. I due si sono conosciuti in cella, spiegando quanto si siano sostenuti e fatti forza l’uno con l’altro. Nel loro racconto ci hanno spiegato le brutalità che accadono dentro alle carceri, raccontando anche quanto difficile sia stato uscirne, in quanto schiacciati dai pregiudizi altrui. Dopo aver ascoltato la loro testimonianza, noi studenti abbiamo capito quanto avessero più timore di uscire di lì, piuttosto che restare dentro. È stata un’esperienza molto toccante e forte. Non siamo abituati a vedere le cose dal punto di vista dei detenuti e sentire il loro vissuto ci ha davvero colpito. Gli istituti penitenziari dovrebbero essere luoghi in cui le persone vengono aiutate a crescere e a cambiare; invece nella maggior parte dei casi contribuiscono solo a consolidare l’aggressività dei condannati. Solo se c’è la possibilità di seguire dei percorsi alternativi, lavorativi o rieducativi ci può essere una speranza di miglioramento. E questo a vantaggio di tutta la società.
Vittoria Miotto (4^AT)





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