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Hate speech: quando le parole feriscono

  • La redazione
  • 7 giu
  • Tempo di lettura: 2 min

Le parole sono ovunque. 

Nei corridoi della scuola, nelle chat di classe, nelle discussioni tra amici, nei commenti sui social. Le usiamo continuamente, spesso senza fermarci davvero a pensare al loro peso. Eppure, basta poco perché qualcosa cambi: una battuta detta “tanto per”, una frase lanciata senza riflettere, un commento che sembra innocuo ma non lo è. E' proprio in questi momenti che prende forma l’hate speech, il linguaggio d’odio, e quasi sempre lo fa in modo silenzioso, senza che ce ne accorgiamo davvero. 

Non serve immaginare situazioni estreme per riconoscerlo. L'hate speech non è solo fatto di insulti evidenti o parole violente. Anzi, spesso è molto più sottile. Si nasconde nelle prese in giro ripetute, nelle etichette appiccicate alle persone, nelle frasi del tipo “era solo uno scherzo”. Colpisce non ciò che una persona fa, ma ciò che è il suo aspetto, la sua origine, il suo modo di essere, ciò in cui crede. Ed è proprio questo che lo rende così pesante, perché non attacca un comportamento, ma l’identità stessa di qualcuno. 

Il problema è che molte volte tutto questo viene normalizzato. Si ride, si passa oltre, si minimizza. Ma per chi si trova dall’altra parte non è mai qualcosa di leggero. Le parole restano, si accumulano, si infilano nei pensieri. Possono far sentire fuori posto, sbagliati, esclusi. E quando certi messaggi si ripetono nel tempo, rischiano di diventare parte della quotidianità, come se fossero normali. Ma non lo sono. 

E non riguarda solo chi parla e chi subisce. C'è sempre anche chi guarda. Chi legge, chi ascolta, chi assiste senza dire nulla. E anche quel silenzio, a volte, pesa. Perché lascia spazio a quelle parole, le rende più forti, più accettate. È proprio lì che si gioca una parte importante della responsabilità: nelle piccole scelte, nei momenti in cui decidiamo se intervenire o fare finta di niente. 

Fare qualcosa non significa compiere gesti eclatanti. A volte basta non ridere, cambiare discorso, dire anche solo “non è divertente”. Piccole cose, sì, ma capaci di cambiare l’atmosfera. Perché ogni parola in più o in meno contribuisce a creare l’ambiente in cui viviamo, a scuola, tra amici, ovunque. 

Esiste anche un limite concreto: quando il linguaggio d’odio diventa incitamento alla discriminazione o alla violenza, entra nel campo della legge. Questo ci ricorda che la libertà di espressione è importante, ma non può giustificare tutto. Le parole hanno conseguenze, sempre, anche quando sembrano leggere. 

Alla fine, però la questione è più semplice di quanto sembri. Ogni giorno scegliamo come parlare, come scherzare, come rispondere. E senza accorgercene, scegliamo anche che tipo di ambiente costruire intorno a no. Perché le parole non passano mai davvero inosservate: lasciano segni, creano distanze o avvicinano le persone. E allore forse la domanda più importante è una sola: sto usando le parole per far crescere chi mi sta intorno? 

 

 Sara Pagotto, 3AT 

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