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LA MUSICA, UNA CURA

  • La redazione
  • 25 nov 2024
  • Tempo di lettura: 3 min

“Abitare la musica”: queste sono semplicemente tre parole, è vero, ognuna con il proprio significato che molti fanno fatica ad unire in un unico contesto, in quanto la musica non è un luogo fisicamente “abitabile”.  

Tuttavia, per alcuni dei più giovani, magari per coloro che sono più timidi, più riservati o più fragili, questa piccola frase racchiude forse la “cosa” più importante che hanno. Per loro, per me, ascoltare musica non è un “semplice passatempo”, una di quelle cose che “ci fanno compagnia” mentre sistemiamo casa, facciamo una passeggiata o mentre andiamo a scuola o al lavoro, come spesso dicono i meno appassionati; la musica, in alcune situazioni, può diventare addirittura una specie di “mezzo di trasporto”, che porta ad un mondo diverso da quello che ci circonda. 

Ovviamente, ognuno si crea il suo, di mondo: c’è chi riproduce un po’ di musica per rilassarsi o concentrarsi meglio quando studia; c’è chi la ascolta per rallegrare le proprie giornate; c’è chi indossa due cuffiette per “scappare” dal mondo, dalle cose che rendono le giornate un po’ più grigie, un po’ più tristi. 

E allora ci si rifugia tra quelli che molti definiscono dei “banali versi”, ma che spesso sono frasi, parole che ci rispecchiano, in cui rivediamo un po’ di noi stessi; quelle parole che spesso cerchiamo per aiutare gli altri, ma che gli altri a noi non dicono; quei “banali versi” posso racchiudere intere esperienze, interi pensieri. 

Quei versi, quelle canzoni, posso diventare una “casa” in cui proteggersi da chi e da ciò che ci ferisce; in cui potersi riparare da qualcosa che non va; in cui poter andare per riordinare i pensieri, per svuotare la mente e alleggerire un po’ il cuore. 

Alcuni artisti riescono a lasciare “tra le righe” e in mezzo al significato stesso dei loro brani, un piccolo spazio che, a volte, anche loro lo affermano, permette di “incastrare” un po’ di noi nelle loro parole, come se ci invitassero quasi a metterci nei loro panni, ad entrare anche solo per tre minuti nella loro vita; così, molti ragazzi racchiudono, e a volte rinchiudono, nelle canzoni dei pezzettini della loro vita, che vanno a “riprendere” nel momento in cui hanno bisogno di un confronto o quando si sentono pronti per affrontare quei “mostri” del passato, spesso più grandi di loro, ma che non fanno più così tanta paura. 

A pensarci bene, però, questo rifugiarci in qualcosa di “astratto”, di non tangibile, questo sentirci capiti più dalla musica che dalle persone che ogni giorno vediamo, fa riflettere sul mondo, sulla società con cui ci troviamo, quotidianamente, a fare i conti. Molti si chiedono come sia possibile che una persona che nemmeno conosciamo possa descrivere esattamente come ci sentiamo in alcuni momenti. Quello che io mi chiedo invece è: “come è possibile che le persone che 'viviamo' ogni giorno spesso non riescano a capire nulla di noi?”. Come si fa a non rendersi conto che le persone che hai attorno un giorno stanno bene e, magari, quello dopo no? 

È vero, a volte è difficile esprimere ciò che si prova e, anche qui, capita che arrivi in soccorso la musica, che trovi parole che noi non siamo in grado di pronunciare, per quanto di noi possano far trasparire; ma la società di oggi sta diventando sempre meno empatica, sempre meno altruista e sempre meno disponibile anche solo a cercare di capire chi si ha di fronte. Sta diventando sempre più una società in cui le persone scappano dai problemi, e spesso anche dalle altre persone, solo perché il giudizio, il pensiero che gli altri possano avere di loro, fa paura. Così, chi rimane “da solo” si ritrova a dover cercare qualcosa con cui sfogarsi, e spesso la musica risulta essere la forma di empatia migliore, priva di giudizi, con la quale confrontarsi e poter ritrovare un po’ di sé stessi. 

 

Sara Pagotto, 3CT 

 
 
 

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